E’ già ora di lasciare il caldo e protettivo legno
che avvolge la nostra camera e di salutare Isa ed Eugenio. La loro storia la
racconta un articolo di giornale appeso nel salotto. Lui viene dai dintorni di Venezia
ed ha svolto diversi lavori prima di finire qui, tra cui il produttore
discografico (Pitura Freska) e l’allestitore di stand fieristici. L’hobby per
la recitazione l’ha messo in contatto con un attore che vive nella valle a
fianco e questo l’ha portato a Valmorel. Lei invece è nata ad Urbino ed ha
lavorato a lungo nel sociale a Modena. Ora, insieme ad Eugenio, sta cercando di
convincere altri abitanti della zona a realizzare un albergo diffuso. Nel
frattempo si dedicano alla loro azienda agricola biologica, rifornendo anche
alcuni Gruppi di Acquisto Solidale della zona. Da loro acquistiamo un pacchetto
di fagioli gialèt (tipicità della zona nonché presidio Slow Food) prima di
salutare i gatti che sonnecchiano tra le zucche e rimetterci in moto.
Così come Belluno, anche Feltre è una di quelle
realtà italiane a noi sconosciute, di cui finora abbiamo sentito parlare
solamente grazie ai racconti di amici e conoscenti nati e cresciuti da queste
parti. Raggiungiamo il luogo che un tempo ospitava il mercato del bestiame,
come si può vedere dagli anelli ancora attaccati alle mura del nucleo antico
della cittadina. Saliamo al centro storico, aggrappato sul Colle delle Capre,
tramite la scalinata che si sviluppa attraverso la cinta muraria. La scarsa
fama di Feltre non rende giustizia ai suoi bei palazzi, alle loro facciate
dipinte con eleganti decorazioni e soprattutto a Piazza Vittorio Emanuele,
autentico gioiello. Il Duomo è invece situato appena al di fuori delle mura e
ci passiamo davanti mentre andiamo a recuperare la macchina.
Il cartello stradale ci dà il benvenuto nella
Spettabile Reggenza dei Sette Comuni. Guardiamo all’insù, in cima all’imponente
parete rocciosa, il campanile di Enego, il primo dei sette comuni (che oggi in
realtà sono otto). La visuale è eccezionale, ma purtroppo finiamo presto
inghiottiti dalle nubi.
Ci fermiamo a Foza. Nella chiesa principale,
ricostruita dopo la devastazione della Prima Guerra Mondiale, si trova un
dipinto di cui si parla in una delle interessantissime pubblicazioni
gastronomiche della collana I mangiari.
Nella penombra dell’interno riusciamo a riconoscere l’angelo con lo scoiattolo
al guinzaglio e le nocciole sul pavimento, una presenza piuttosto singolare
nell’arte sacra. Entriamo in un bar nei pressi della chiesa per uno spuntino.
All’interno, un sunto dell’immaginario legato all’Altopiano di Asiago: un
gruppo di cacciatori seduto al tavolo accanto a noi che scherza e bestemmia e
la cameriera che ci spiega con una punta d’orgoglio che Vűsche – il nome della
bruschetta che ho ordinato – è la denominazione di Foza nella lingua cimbra,
antico idioma tuttora utilizzato da queste parti.
Riprendiamo la strada, seguendo le orme dei grandi
del passato: dopo i sentieri di Dino Buzzati è il turno di quelli di Emilio
Lussu, che qui combatté la Grande Guerra, ma soprattutto di Mario Rigoni Stern,
che sull’Altopiano ci ha passato non un pomeriggio come noi, non un anno come
Lussu, ma praticamente tutta una vita. Il nome dell’Altopiano dei Sette Comuni
è indissolubilmente legato alla Prima Guerra Mondiale, tema portante
dell’ecomuseo che si sviluppa in tutto il suo territorio. E proprio ad Asiago
si trova un grande sacrario, davvero impressionante per l’interminabile elenco
di nomi di soldati uccisi nella grande carneficina. Il primo conflitto mondiale
ha distrutto non solo tantissime vite umane, ma anche buona parte degli
insediamenti dell’Altopiano. Asiago, il più importante dei sette comuni, è
stato uno dei centri più colpiti. La ricostruzione ha prodotto risultati tutto
sommato apprezzabili, ed oggi ci troviamo in una cittadina turistica di un
certo richiamo e caratterizzata dalla presenza di numerosi negozi, tra i quali
i gitanti domenicali passeggiano tranquilli.
L’ultima tappa è a Treschè Conca, dove compriamo
il celebre formaggio locale e la birra prodotta nella fabbrica di Pedavena,
poco distante da Feltre, prima di scendere verso Schio, Valdagno, Montecchio.
Ultimi pascoli, ultimi boschi gestiti in maniera comunitaria dagli abitanti
dell’altopiano (solo una piccola parte dei terreni infatti è di proprietà
privata). Una bella storia da riportare in pianura, in tempi in cui si ricomincia
a parlare (finalmente!) di beni comuni.
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