sabato 25 agosto 2012

E il viaggio continua - 1. Un anno dopo, un po' più a Sud


Senj, 13/8/2012

Parcheggiata l’auto a Sistiana, scendiamo lungo il sentiero che porta al mare per consumare nell’ombra del bosco il primo pranzo del nostro viaggio: cetrioli, peperoni, fichi, pesche, angurie e tutto quanto il nostro orto ha prodotto in abbondanza, consentendoci di partire con una buona scorta di frutta e verdura. Le urla dei bambini provenienti dalla spiaggia poco distante ed il rumore solo un poco attutito delle barche a motore ci fanno già entrare in clima vacanza.
Da qualche parte, poco distanti da noi, dovrebbero esserci Miriam e Leonardo, partiti anch’essi stamattina: il loro viaggio ripercorrerà le orme di quello che abbiamo compiuto noi l’estate scorsa. Mi piace quest’idea di continuità… Anche noi, d’altra parte, un anno fa – dalle isole di Krk, Cres e Lošinj – scrutavamo all’orizzonte i profili di Rab e Pag, ripromettendoci di raggiungerle, un giorno. A dire il vero non pensavamo che quel giorno sarebbe arrivato così presto. E invece, eccoci qua, un anno dopo, un po’ più a sud. E il viaggio continua…

Dalla strada non scorgiamo traccia degli incendi boschivi che nei giorni scorsi, tra le varie zone della penisola, hanno colpito anche il Carso triestino. Alcune aree andate a fuoco di recente, fortunatamente di dimensioni contenute, le incontriamo invece nei boschi sloveni intorno a Obrov.
Raggiungiamo la costa croata verso la metà del pomeriggio. Dalla Jadranska Magistrala, la spettacolare strada che percorre il litorale della Croazia, proviamo a riconoscere i centri abitati dell’isola di Krk (Veglia) di fronte a noi: Soline, Šilo, Verbenico… Poco prima di Senj riusciamo a ritrovare il piccolo e grazioso campeggio a conduzione familiare, situato in una minuscola caletta ai piedi della strada costiera, nel quale avevamo passato alcune notti cinque anni fa. Il posto ci era piaciuto, così decidiamo di fermarci anche stavolta.
C’è il tempo per il primo bagno della vacanza, ampiamente meritato, al termine del quale rimaniamo sulla spiaggia di rocce e ciottoli a guardare il sole tramontare dietro all’isola di Krk. Di fianco a noi, due mamme e le loro quattro bambine intonano cori da stadio inneggianti all’HNK Rijeka, la squadra di calcio più popolare da queste parti.

La sera facciamo due passi per le animate vie del centro di Senj, dove incontriamo piccoli gruppi di uomini e donne in costumi tradizionali che suonano musiche popolari. Entriamo in una konoba e ci accorgiamo soltanto dopo avere ordinato due piatti di ćevapčići (che peraltro si riveleranno qualitativamente al di sotto della media) di essere seduti sotto la foto di Ante Gotovina, generale croato condannato per crimini di guerra. Chissà se ha preso il posto della foto del maresciallo Tito, come è senz’altro accaduto in tante case croate.
Una volta usciti cerchiamo la quiete nelle vie meno frequentate della cittadina, poi torniamo al campeggio e raggiungiamo la spiaggia. Ci stendiamo su un piccolo molo e ci corichiamo a guardare il cielo punteggiato di stelle, aspettando la comparsa di qualche meteora a cui ci ostiniamo ad affidare i nostri desideri. Luminoso come ormai è difficile trovarne da noi, se ne sta lì da sempre, fottendosene dei deliri autoritari dei regimi, delle violenze dei nazionalismi e delle altre miserie di noi piccoli, minuscoli mortali.

sabato 11 agosto 2012

Vocabolario estate 2012


Vocabolario dell’estate 2012. Lo spread. I bambini malnutriti in Grecia. La spending review. Il taglio ai posti letto ospedalieri in Italia. Le detrazioni fiscali al 50%. Il sussidio di disoccupazione. La mobilità. La marcia dei minatori a Madrid. I pazienti degli ospedali di Atene senza pasti. Il piano “salva Spagna”. Il declassamento dell’Italia. Non credo sarebbe cambiato molto nell’improbabile ipotesi di una nostra vittoria contro gli iberici nella finale degli Europei di calcio. Ugualmente porci, per gli economisti liberisti.
Un’altra estate, in cui bisogna essere dei folli (o degli eroi?) per cercare la leggerezza, nonostante tutto. La vita, da difendere con i denti.
Decidiamo all’ultimo di partire anche quest’anno per il viaggio estivo. Le modalità saranno simili all’estate scorsa: questo dovrebbe consentirci di non avere problemi nonostante il viaggio un po’ improvvisato. Qualche giorno (e un’isola) in meno rispetto al 2011. Scenderemo leggermente di latitudine. Obiettivo: le isole croate di Rab e Pag.

domenica 5 agosto 2012

Cicognolo - Il richiamo del paese


Giugno 2011
Fino a qualche anno fa non ero mai entrato in Cicognolo. Mi ero fermato solo una volta al bar su via Mantova, dopo essermi accorto che era tra i primi a vendere la Laško Pivo - la “Birra con le corna”, come la chiamano gli slavi - una chiara slovena che ai tempi non si trovava ancora agevolmente e che mi ricordava le vacanze estive. E’ stato per via di Sara che ho cominciato a frequentarlo più assiduamente: sua madre è nata qui, ed ogni tanto si mette a parlarne con nostalgia. E’ il richiamo del paese, che in un modo o nell’altro colpisce chiunque nasca in provincia. Suo cugino, per esempio, ingegnere e professore in città da anni, che quando può si rifugia nella cascina di famiglia, situata lungo via Marconi, la strada principale del paese.
Il richiamo del paese, per molti cicognolesi d’origine, è costituito dal Centro Sportivo Fadigati, un complesso piuttosto vasto di piscine, palestra, bocciodromo, campi da tennis, beach-volley e calcio. E’ per questo motivo che Sara mi ha voluto portare qui oggi. I suoi genitori sono soci ed io sono entrato, a modo mio, a far parte del gruppo, anche se vengo qui solo come ospite. Come altre facce note che vedo alla Fadigati, d’altra parte, la cui presenza è spesso dovuta a qualche intricato giro di parentele che riconduce, in qualche modo, a Cicognolo.
Oggi alla Fadigati ci arriviamo in bicicletta e facciamo in modo di goderci anche la campagna circostante. A dire il vero il comune di Cicognolo è di estensione piuttosto ridotta. Tra le poche cascine del territorio però merita una citazione la grandiosa Dosso Pallavicino, tipico esempio di cascina cremonese a corte chiusa. Le condizioni di conservazione della Dosso Pallavicino sono piuttosto buone, a differenza di altre piccole realtà diffuse sul territorio. Al riguardo, per rimanere in ambito agricolo, colpisce, in località Casa Marza, una santella, o forse una chiesetta o un oratorio privato, totalmente inghiottito dalla vegetazione: si intuiscono giusto l’ingresso e la buca per le elemosine. La fessura fa capolino tra il verde delle foglie come a voler continuare a reclamare il balzello al fedele di passaggio, nei secoli dei secoli.
Luigi Voghera - celebre architetto cremonese che operò in larga parte della provincia - ed il nipote Emilio lavorarono anche a Cicognolo, occupandosi della ristrutturazione della chiesa di San Donnino, della villa Manfredi-Gobbi e della villa Pallavicino-Montaldi, le tre presenze architettoniche più significative del paese. La Manfredi-Gobbi non può passare inosservata a chi transita per il centro di Cicognolo, con le sue forme neo-gotiche preannunciate dal pittoresco ingresso e con la torre che si staglia oltre il fossato che costeggia via Marconi. La Pallavicino-Montaldi è più defilata ma altrettanto significativa, nel suo stile neo-classico, e anch’essa caratterizzata dalla presenza di un bel parco e di un laghetto. Gira al riguardo l’immancabile leggenda, che racconta come la figlia del proprietario della villa morì annegata durante una gita in barca rimanendo impigliata nelle radici della vegetazione acquatica che ricopre il laghetto. Una storia che getta una luce sinistra sullo spettacolo dei fiori di loto offertoci da questa giornata estiva, ma che più probabilmente è stata inventata allo scopo di tenere lontano i bambini dallo specchio d’acqua che va a lambire il perimetro del Centro Sportivo Fadigati.
A questo punto vale la pena di spendere due parole sull’origine del toponimo Cicognolo: l’ipotesi più probabile fa riferimento ad un attrezzo utilizzato per attingere l’acqua dai pozzi (dal termine latino ciconia), mentre quella più poetica allude alla presenza di numerose cicogne che in tempi antichi avrebbero popolato il territorio dove sarebbe poi sorto il paese. Entrambe le versioni, in ogni caso, evidenziano la natura originariamente paludosa del territorio di Cicognolo.
Oggi il paese si trova nel bel mezzo del tipico paesaggio agricolo cremonese, anche se la presenza della via Mantova ha favorito l’insediamento di diverse attività produttive. Su tutte segnaliamo l’azienda alimentare Luccini, conosciuta per la produzione artigianale di mostarde e salse. Per procurarsi i prodotti di Luccini però non è necessario venire a Cicognolo, in quanto si trovano in numerosi negozi del Cremonese, riconoscibili per la cicogna che campeggia sull’etichetta. Anche gli ideatori del logo, evidentemente, non hanno saputo resistere al richiamo del paese…

sabato 28 luglio 2012

Sospiro - Una serata da matti


Luglio 2011
Lo stabilimento caseario abbandonato della Larc, in località Botteghe di Longardore, ci dà il benvenuto nel territorio di Sospiro. Un nome che, nell’immaginario locale, è sinonimo di “paese dei matti” per via della presenza della Fondazione Sospiro, sorta a fine ‘800 con l’obiettivo di fornire cure adeguate dapprima ai malati poveri e successivamente ai casi di demenza. Camminando per il paese si incontrano frequentemente gli ospiti del centro, intenti a passeggiare tra la chiesa di San Siro, quella più piccola di San Giacinto e Villa Cattaneo, scenografica villa patrizia neoclassica situata di fronte al Municipio, oggi sede della Fondazione. Una sorta di strano equilibrio tra gli abitanti del paese e gli ospiti del centro regna su Sospiro. Oggi il complesso dell’Istituto Ospedaliero Sospiro ospita più di 700 persone (numerosi anziani e disabili sono alloggiati anche nei nuovi edifici poco distanti da Villa Cattaneo); una presenza significativa rispetto alla popolazione del comune (poco più di 3000 abitanti insediati tra Sospiro e le sue frazioni).
Da Villa Cattaneo, proseguendo lungo via Garibaldi, si incontrano le indicazioni per Tidolo. E’ però più pittoresco l’arrivo dalla Strada Provinciale Bassa di Casalmaggiore: una vecchia schiera di case si para davanti al viaggiatore, e proprio in fondo alla strada, sopra un androne che introduce in una corte, un vecchio cartello riporta il nome del paese. Tidolo: una fila di case, la chiesa di San Marco, il campetto da calcio con l’erba ormai alta, un’area attrezzata per bambini piuttosto minimalista, il bar. Già, a Tidolo sopravvive un bar, vintage quanto basta per non stonare con l’ambiente circostante: le perline alla porta d’ingresso e le “arelle” alle finestre, l’insegna di rivendita sali e tabacchi e quella di posto telefonico pubblico, la citazione mussoliniana in parte ancora leggibile sulla facciata, la bacheca per gli avvisi, l’odore che si respira nella penombra dell’interno, i boccioni in vetro per le caramelle, l’attesa dell’arrivo dell’anziana signora dietro al bancone…
Fu proprio dalle parti di Tidolo che un agricoltore di buon cuore venne in mio soccorso trainando col suo trattore la mia automobile, finita in una cunetta sul ciglio della strada nascosta dall’erba alta. Incidenti che possono capitare a chi gira per il territorio frequentando le strade secondarie e gli sterrati. Chissà perché, non mi venne in mente di chiamare i miei parenti agricoltori in quel di Ca’ del Brolo, poco fuori Sospiro.
A Ca’ del Brolo c’ero stato pochi giorni prima. “Vieni, entra da questa parte” mi disse Olivana, cugina di mio padre, dopo avermi messo a fuoco: non si immaginava certo di vedermi comparire tra la polvere dello sterrato a quell’ora del mattino. “Tuo padre entrava sempre per di qua”, e mi fece strada. Mi fermai giusto il tempo per scambiare due parole e bere un bicchiere d’acqua con lei e il marito, che però era in un momento delicato. “E’ appena nato un vitellino”, mi spiegò. Lo lasciai tornare alla stalla e percorsi a ritroso la strada sterrata che porta alla via Giuseppina.
Le cascine del territorio sospirese le ho girate tutte. Nei pressi di Tidolo, nella cascina chiamata dalle vecchie carte Casa Emilia, ha sede l’azienda agricola biologica “Noi e la Natura”, con il proprio allevamento avi-cunicolo: alla signora Pierangela e ai suoi collaboratori va il merito di avermi fatto apprezzare la carne di pollo, che avevo sempre snobbato avendo mangiato per lo più prodotti da supermercato. Un’altra azienda biologica era situata poco distante, nella cascina Orezoletta; è un po’ che non passo da quelle parti e non so se l’agriturismo sia ancora attivo. Ogni tanto acquistavo il loro formaggio di capra al mercatino biologico di Cremona del sabato mattina. Anche a Sospiro poi sono presenti cascine ormai abitate solamente da una o due famiglie, ma che un tempo ospitavano delle comunità pressoché autonome. Alcune di queste avevano anche la chiesetta, come Casaletto Nadalino, raggiungibile tramite una stradina poco battuta che collega Sospiro con la frazione di Longardore. Il premio per il nome più poetico invece va alla cascina Bruciacuore, a lato della strada che da Longardore porta a via Postumia (estremità settentrionale del territorio comunale), in prossimità delle località Bicocca e Ca’ Turchetta.
Le cascine di Sospiro sono la testimonianza della storica vocazione agricola di questo tratto di pianura, una vocazione che qui come altrove si è tramutata in una rincorsa alla massima produttività, con accorpamento dei piccoli poderi ed eliminazione del reticolo di siepi e filari che ne costituiva la delimitazione. Da segnalare, in questo contesto, l’attività di gruppi come El Muròon, attivo in paese da circa una ventina d’anni, che si occupa anche di piantumare lembi di campagna con essenze autoctone.
Il giro per il territorio sospirese si conclude a San Salvatore. Oltre la zona produttiva di via Giuseppina, dominata dall’insediamento dell’industria chimica SO.G.I.S., si nasconde questo piccolo centro, che ha conosciuto lo spopolamento tipico di queste realtà. Oggi la popolazione di San Salvatore conserva una consistenza numerica tutto sommato discreta: i servizi essenziali però sono quasi tutti scomparsi, anche a causa della vicinanza del capoluogo comunale.
L’ultima bottega di San Salvatore ha definitivamente abbassato la saracinesca qualche tempo fa, ma l’interno è rimasto come un tempo. Ce lo mostra Alvise Chiesa, l’ultimo fornaio del paese, che ha proseguito l’attività per alcuni anni dopo la morte del fratello Gino. Tutto è ancora al suo posto: i recipienti per i prodotti sfusi dietro al bancone, la vetrina che ospitava salumi e formaggi, la bilancia, l’affettatrice, il forno a carbone… Al primo piano ci sono ancora le camere dove Alvise ha trascorso tutta una vita, affacciate da un lato sulla centralissima via Mazzini e dall’altro sulla corte che è stata un po’ il cuore pulsante del paese per lunghi anni. “Ci sono state anche cinque balere in paese, e una proprio in questo cortile”, ci racconta Alvise. Il negozio di famiglia fu non solo panetteria, ma anche tabaccheria e osteria. Nelle sere d’estate in cortile si ballava e si giocava a quarantotto, un gioco simile a quello delle bocce, di cui mi faccio spiegare il regolamento.
Ritorniamo nel locale che ospita il forno: nel frattempo ci hanno raggiunto gli amici di “Villa Arzilla”, come amano chiamarsi tra di loro. Alle pareti sono attaccati gli articoli dei quotidiani locali che parlano della storia di San Salvatore, raccontando di un inevitabile ed inarrestabile declino. Ma la malinconia dura poco: una pastasciutta improvvisata, qualche bottiglia di Lambrusco e Fortana, e Alvise e i suoi amici, quelli di sempre, si lasciano andare ai loro racconti coloriti che rendono frizzante anche la rievocazione dei tempi andati. Questo è il loro covo: qui si tengono cene memorabili, letture di poesia, lezioni storiche e rappresentazioni teatrali. In occasione di una delle ultime serate, alla quale ho avuto la fortuna di presenziare (insieme ad almeno un’altra cinquantina di persone), lo spettacolo allestito da “Villa Arzilla” prevedeva l’entrata in scena di un’ambulanza: quella sera, al suono della sirena, si sparse per il paese la voce di un malore del nostro Alvise. Buon per lui: certe cose si dice che allunghino la vita.
Nella notte ripercorriamo idealmente le sex pilae, probabile riferimento a sei colonnette militari che separavano Sospiro da Cremona e che la tradizione vuole siano all’origine del toponimo del paese cremonese. Per un attimo pensiamo ad Alvise, a come deve essere ritrovarsi improvvisamente soli nel silenzio della corte, nel negozio vuoto, nelle camere disabitate, dopo una serata trascorsa in allegria tra battute e risate. Ma è solo un istante: quando si parla di Villa Arzilla, ripeto, la malinconia può arrivare all’improvviso, ma dura pochi attimi, ed altrettanto improvvisamente se ne va. Chissà, forse i proverbiali matti di Sospiro non sono a Villa Cattaneo, ma a Villa Arzilla, nel cortile di Alvise, dove passano le serate mangiando, scherzando ed organizzando i prossimi eventi goliardici. Se così fosse, c’è da augurarsi di perdere totalmente la ragione anche noi, al più presto.


lunedì 23 luglio 2012

Pozzaglio ed Uniti - Custodi della memoria

Luglio 2012
Entrai nel bar di Pozzaglio per il caffè mattutino. Alle pareti, rivestite di perline di legno fino a due metri di altezza, stavano affissi gli avvisi delle gite organizzate e delle sedute del consiglio comunale. Una donna sfogliava svogliatamente il giornale seduta a uno dei tavoli, poi lo richiuse e sbottò: “M’a bèle stűfàat anca ‘L’Unità’. Lùur e ‘l Papa!” Erano i giorni in cui la stampa si occupava quotidianamente della programmata visita di Benedetto XVI alla Sapienza, visita poi saltata per le contestazioni di alcuni gruppi studenteschi. Un’attenzione che aveva causato il fastidio della donna, che evidentemente era in vena di parlare. “Adesso poi torna Berlusconi…” disse lanciandomi un’occhiata con uno sguardo lucido e disincantato al tempo stesso. Mancava poco alle elezioni politiche del 2008. Prodi se n’era andato, Berlusconi non era ancora tornato. “Godiamoci insieme questo magico momento”, diceva al riguardo una memorabile vignetta di Vauro.
Diedi corda alla mia interlocutrice. Si finì col discutere di politica, della militanza di un tempo e della disillusione di oggi. “Tanti di sinistra non andranno a votare perché sono delusi. Li capisco. Però bisogna andare, bisogna fare qualcosa…”. Uscendo dal bar passai di fronte alla Corte Grande, da poco ristrutturata. La lapide che ricordava l’uccisione del partigiano Carmen (al secolo Luigi Ruggeri, fucilato dai fascisti) era però stata rimessa al suo posto, e, insieme alla discussione appena terminata, mi diede da pensare.
Pozzaglio è il nucleo antico del paese, disposto lungo un’unica via. Pozzaglio è la sua espansione residenziale più recente, realizzatasi grazie ad una relativa vicinanza con Cremona, in direzione perpendicolare al centro storico, a ricongiungersi con via Brescia (cardo massimo dell’ager cremonensis). Pozzaglio è l’espansione produttiva al di là di via Brescia, che ormai ha quasi raggiunto la frazione di Solarolo del Persico. L’urbanizzazione qui procede ordinata ma inesorabile.
E’ proprio percorrendo via Bongiovanni, che attraversa la zona produttiva di Pozzaglio passando di fianco, tra gli altri, allo stabilimento dell’azienda dolciaria Wal-Cor, che raggiunsi Solarolo in occasione della mia prima visita, diversi anni fa. Mentre osservavo la cappelletta del piccolo centro, parte integrante della Cascina Grande, mi si fece incontro un uomo, che scoprii parecchio tempo dopo essere il padre di un mio compagno di università. Mi invitò a visitare l’interno e mi parlò dei problemi di umidità che attanagliano la chiesetta. E’ bello, pensai, che in ogni paese ci sia qualcuno che si occupa dei monumenti simbolo, anche se in realtà non è sempre così, e spesso queste persone vengono lasciate sole dall’Autorità.
Il biglietto di ingresso per chi raggiunge Castelnuovo Gherardi da Solarolo del Persico è un gruppetto di abitazioni popolari che emerge improvviso nella campagna, per fare subito posto alle cascine a corte chiusa che compongono l’abitato. Intorno alla chiesa del paese c’è anche un centro sportivo oratoriale piuttosto importante, in proporzione alle dimensioni dell’abitato. Qui nacque l’U.S. Bernardiniana, società sportiva locale, per opera, mi dicono, dell’intraprendente parroco che ai tempi svolgeva le proprie funzioni nella piccola frazione di Pozzaglio. Credo che la Bernardiniana sia tuttora in attività, mentre la casa parrocchiale è ormai in stato di abbandono.
La sensazione di desolazione aumenta ritornando su via Brescia. Poco dopo il bivio per Castelnuovo, infatti, ecco lo stabilimento della Vivi Bike, dalla quale uscì anche la mia prima bicicletta senza rotelle, una BMX gialla e rossa. L’azienda ha ormai cessato la propria attività, così come la ditta di lavorazione di materiali in gomma del capannone a fianco; ci entrai qualche anno fa e la segretaria mi spiegò che se n’era appena andato l’ultimo operaio a ritirare l’ultima liquidazione. Uscii e mi ritrovai completamente solo nel grande parcheggio ormai assediato dalle erbacce.
Sempre lungo via Brescia, poche centinaia di metri in direzione nord, ecco le frazioni di Brazzuoli (noto per ospitare le scuole presso le quali confluiscono gli studenti di Pozzaglio, Olmeneta e Corte de’ Frati) e Villanova Alghisi; tre o quattro cascine e qualche esercizio commerciale che vive del traffico dell’ex-statale.
Da Brazzuoli una strada di costruzione relativamente recente consente di raggiungere Casalsigone, l’ultima delle frazioni del comune di Pozzaglio ed Uniti (e, fino agli anni ’50, la più popolosa). Io però consiglio di arrivarci da Cremona tramite strade basse, perché l’impatto è più suggestivo.
Se seguite il mio consiglio e provenite da Ossalengo, poche centinaia di metri prima di Casalsigone incontrerete un cippo funerario. Fermatevi a salutare Laura, una ragazzina di quattordici anni uccisa con una coltellata alla schiena in un afoso pomeriggio dell’estate del ’74. La giovane era di ritorno dai campi, dove era andata a portare da bere al padre agricoltore. Un automobilista di passaggio vide la giovane barcollante chiedere aiuto e la caricò in auto. Laura morì pochi minuti più tardi. Un giallo che purtroppo è rimasto irrisolto: il colpevole non è mai stato trovato. I familiari della vittima hanno sempre parlato del clima omertoso che avrebbe ostacolato le indagini. Una storia di cronaca nera che ha segnato per sempre la storia del paese.
Appena entrati a Casalsigone, dopo una curva, ecco la cascina dal nome di Breda delle Uova, pittoresco quasi quanto le mucche che si affacciavano dalla stalla direttamente sulla strada la prima volta che ci sono passato. Mi hanno raccontato che una scena analoga si presentava, fino a non molti anni fa, anche presso la Corte Bassa, con le vacche che facevano capolino dalle finestre della stalla sul sagrato della chiesa di Sant’Andrea. Le cascine di Casalsigone sono tanto belle quanto decadenti. La Fabbriceria, di pianta irregolare, proprio di fronte alla chiesa parrocchiale. La Corte Luminosa, il cui nome evocativo rende giustizia più della scarsa attenzione degli uomini all’apparizione che coglie il viandante appena girata la curva di fronte a Sant’Andrea. La Madonnina - la cui corte è singolarmente attraversata nel mezzo da una roggia - ormai in rovina; è stato rubato tutto, perfino i coppi, ed il bell’ingresso, quasi dirimpetto all’imponente portale laterale della Corte Luminosa, è transennato da anni.
Casalsigone ha pagato un prezzo altissimo al crollo del mondo contadino iniziato negli anni ’50. Alcune curiosità su questo paese le ho raccolte presso il locale centro sociale diurno per anziani, grazie ad una signora che mi è stata presentata come memoria storica locale. Una donna dall’aspetto sereno, nonostante abbia visto disgregarsi il tessuto sociale – ed ormai anche quello urbano ed edilizio – del proprio paese. Meno male che ci sono questi custodi della memoria. Avanti di questo passo, dei paesi come Casalsigone, ci rimarrà soltanto quella.

giovedì 12 luglio 2012

Vino e territorio


Guardando la nostra pur povera cantina è possibile ripercorrere i nostri viaggi: Rosso del Monferrato, Cinque Terre doc, Terrano, Sagrantino di Montefalco… Vino e territorio è il tema del concorso Wine on the road, organizzato da Villa Petriolo. E questo è il racconto che ho inviato, un viaggio ideale tra i vini della nostra penisola:

martedì 10 luglio 2012

La mia città in quattro stagioni - 2. Estate


Il respiro della città, come il mio, è lento, i nostri palpiti all’unisono. La vita in Piazza Duomo scorre piano nell’ora più calda e mi scopro immobile a contemplarla, sfaccendato come i pochi turisti che sfidano le 14:30 di un’afosa giornata di piena estate. Sfaccendato come gli ancor più rari anziani sorpresi per la via dalla canicola, che forse stanno cercando di raggiungere la penombra della propria casa per schiacciare un pisolino prima di cadere a terra inermi. Sfaccendato come quando ero studente.
La mente ritorna a quei giorni di qualche anno fa. Mi svegliavo senza troppa fretta, salivo in macchina e parcheggiavo dalle parti di Piazzetta Antonella. Le prime volte ci ero capitato per caso, perdendomi dalle parti di S.Ilario, ed ero rimasto sorpreso da quell’angolo nascosto della città, di cui ignoravo l’esistenza. Ho conosciuto molti cremonesi che amano questa piazza. Non c’è nessun monumento da visitare, nessun negozio dove fare shopping. Non c’è niente, in Piazzetta Antonella, eppure, sarà la forma irregolare, sarà l’acciottolato, sarà la quiete che si respira, saranno le panchine all’ombra degli alberi che fanno un po’ Parigi… A dire il vero amo un po’ tutta questa zona della città: Strada Canòon (Via Bissolati, un tempo chiamata così per via delle numerose caserme), la chiesa di San Bassano, Via Dulcia con quella casetta dalla finestra “fallica” (si dice che un tempo ospitasse uno dei bordelli di Cremona, numerosi quasi quanto le sue chiese), Via Volturno, dove abbiamo abitato per un po’ di tempo… Una zona un tempo malfamata: strade di delinquenti, perdigiorno ed osterie.
Andavo a studiare alla Biblioteca Statale. Ero piuttosto metodico, ma i ritmi erano blandi. Pausa caffè, lettura dei giornali, pausa pranzo… staccavo dopo l’una, uscendo dal grosso portone dove incrociavo i turisti che entravano al Museo Civico o i ragazzini che sghignazzavano per i falli in erezione dei fauni scolpiti sul cornicione del palazzo Affaitati, dove Biblioteca e Museo hanno sede. Camminavo verso Piazza Duomo e la città mi sembrava ancor più bella di quello che è, luminosa come nel film La febbre. Mangiavo qualcosa e mi concedevo una passeggiata prima di rimettermi a studiare.
Mi ritrovo a camminare per le stesse strade, alla stessa ora, con le stesse mani in tasca, qualche anno più tardi. La città che lentamente si spopola, gli amici, i conoscenti e pure gli sconosciuti che partono uno dopo l’altro per le vacanze estive… ed io che non so ancora se e quando me ne andrò. E la città che parla straniero e mi fa venire voglia di partire, non importa verso dove: le badanti romene che chiacchierano sulle panchine dei giardini di Piazza Roma, l’odore del kebab dalle porte aperte dei negozi dei turchi, i turisti tedeschi, francesi, inglesi che leggono le loro guide e poi alzano lo sguardo verso i 111 metri del Torrazzo… Persino l’odore del gas di scarico dei motorini e quello proveniente dalla pescheria Duomo fusi insieme per un attimo mi danno l’impressione di essere in qualche città affacciata sul Mediterraneo…
Invece sono qui, al riparo della Bertazzola, l’unico posto davanti al Duomo dove posso sedermi all’ombra. I gradini tre metri davanti a me vanno bene fino ad inizio estate, ma in questa stagione sono off-limits almeno fino alle dieci di sera. Allora cominciano a raffreddarsi un poco, e ti ci puoi sedere a mangiare un gelato.
La vita è quasi ferma, e così sarà ancora per qualche ora. C’è tempo per pensare alla sera che verrà. Un film all’Arena Giardino. Una sagra in qualche paese della zona. Prima, magari, un giro in bici, poco distante però, che la voglia di fare dei chilometri con questo caldo è poca. Giusto la strada per raggiungere un campo, un solo campo che dia l’idea di discontinuità tra la città ed i centri abitati intorno. Andare magari in una di quelle frazioni che sembrano mantenere un’idea di nucleo a sé stante, di comunità. Che se ne stanno a pochi chilometri dalla città ma che per raggiungerli devi percorrere una strada stretta e magari farti anche qualche curva, come San Savino, oppure Picenengo.
Il mio sguardo spazia tra il Battistero, la Loggia dei Militi, il Palazzo Comunale. La mente invece passa oltre, in Piazza Stradivari ormai liberata dalla mai amata pensilina, scende per Corso Vittorio Emanuele, prosegue per Viale Po, lungo da sembrare infinito. Il pensiero vola di nuovo là, verso il fiume. Ma una volta arrivato sulle sue sponde, che fa? Rimane a guardare le acque dove fino a non molto tempo fa ci si poteva bagnare e che ora ci sono proibite a causa dell’inquinamento? Si siede in qualche società canottieri a prendere il sole sul bordo della piscina aspettando che passi il tempo sufficiente per poter fare il bagno? Attende il tardo pomeriggio, l’ora in cui escono i canoisti a ravvivare l’acqua del grande Fiume?
No, il pensiero è libero e nessuno lo può fermare. Il corpo è fermo in Piazza Duomo, riparato appena dalla canicola, ma lui prende il largo. Si lascia trascinare dalla lenta corrente del fiume. Vede allontanarsi il Vascello, come lo chiamavano gli antichi romani, vede il Torrazzo, il suo albero maestro, scorrere via lungo le acque, e se ne va. Verso il mare…