mercoledì 21 marzo 2012

La mia città in quattro stagioni - Primavera


Ogni volta riesce a sorprenderti. Esci dal lavoro e c’è più luce del solito, un tepore che ti scalda la pelle. Ti sorprendi a toglierti la giacca per strada. Anche quest’anno, è arrivata!
La primavera sono le tante persone a passeggio per Corso Garibaldi, tra Sant’Agata e Palazzo Cittanova. La primavera sono le commesse dei negozi che ti guardano con una punta di invidia da dietro le vetrine, ché per loro non è ancora giunta l’ora di staccare. La primavera sono i motorini posteggiati sotto il fornice in fondo a Via dei Rustici. La primavera sei tu che ti guardi intorno con la stessa meraviglia di una prima volta, poco dopo l’osteria Garibaldi, di fronte al pittoresco ingresso di Via Antico Rodano, o col naso rivolto all’insù, verso la cupola vetrata del Politeama Verdi, glorioso teatro del passato ormai sprofondato in un drammatico abbandono.
In Corso Campi le ragazze in bicicletta coi loro vestiti a fiori scoprono le gambe e pedalano capelli al vento. Viene voglia di seguire lo sciame di tutta questa gente, dove va? Due battute per strada con un vecchio amico che non vedevi da un po’ ti mettono di buonumore, e prosegui per la tua strada vedendo solo le cose belle. Intorno palazzi storici abbandonati e negozi chiusi col cartello vendesi in vetrina, ma la tua mente oggi si rifiuta di soffermarsi su pensieri cupi.
Fai una deviazione verso Piazza Roma per andare a salutare un’amica sul lavoro, ma è impegnata; allora giri verso la graziosa Piazza Filodrammatici, dove sono situati lo storico cinema/teatro Filo e la galleria d’arte il Triangolo; dai un’occhiata ad una mostra, ma poi preferisci startene all’aria aperta. E anche le stradine secondarie, quelle che di solito ami, ti sembrano troppo buie. Così torni in Piazza Roma e ti lasci baciare dal sole.
In Corso Vittorio Emanuele ti coglie un ricordo d’infanzia; tua madre che ti portava alla Standa (ora Oviesse) entrando da un lato ed uscendo dall’altro, per poi percorrere la piccola galleria adiacente e ritornare al punto di partenza, facendoti perdere il senso dell’orientamento. Poco più avanti ecco Via Ala Ponzone, con quella volta un tempo chiamata Stretèen de j àazen, in quanto nei giorni di mercato vi venivano “posteggiati” i ciuchi.

Passi davanti all’imponente ingresso del Teatro Ponchielli, intitolato al grande musicista cremonese. In questa zona la toponomastica (la chiesa di San Pietro a Po, Via Porta Po Vecchia) aiuta a ricostruire il vecchio andamento del Grande Fiume – a ridosso dell’antica cinta muraria ormai quasi interamente scomparsa, se si fa eccezione per i bastioni San Giorgio a Porta Mosa – e la precedente ubicazione della porta sud-occidentale della città.
Proseguendo lungo Corso Vittorio Emanuele invece si arriva diretti alla Porta Po odierna, con al centro la fontana nella quale era usanza bagnarsi in occasione di qualche importante traguardo raggiunto dalla Cremonese o dalla Nazionale di Calcio.
Superata Porta Po, ti è ben chiaro dove vuoi arrivare: al fiume, che non vedi da un bel po’ di tempo ormai. Attraversi Zona Po con i suoi viali ortogonali e raggiungi il cuore pulsante del dopolavoro cremonese; il piazzale della piscina, la pista ciclabile, il bocciodromo, i campi da tennis e da calcio sono tutti piuttosto popolati. Raggiungi Parco Po; ragazzi che portano a spasso i cani, gruppetti di studentesse col libro vanamente aperto sul tavolo, coppiette che si baciano, gente che fa footing o che prende il sole… ed infine eccolo. Il Po.
Certi giorni invernali tendi quasi a dimenticarti della sua presenza, forse perché se ne sta sprofondato in mezzo alla nebbia, forse perché sei tu che preferisci non schiodarti dal tuo tragitto casa-lavoro, ambienti riscaldati, confortevoli ed illuminati intramezzati da un tratto di strada freddo e umido che ti auguri possa essere il più breve possibile. Ma lui è sempre lì, e da sempre accompagna la tua città, anche se il suo rapporto con essa è cambiato. Anzi, è la città che ha cambiato il suo rapporto con il fiume.
Ma nelle giornate di primavera ecco che ritorna al centro dei nostri pensieri, e come te anche tanti altri cremonesi sono venuti qui a godersi il sole. La vicina zona industriale del Porto Canale e di Cavatigozzi – sviluppatasi nel secondo dopoguerra in base ad una scelta urbanistica rivelatasi errata – è nascosta alla vista, così come la Tamoil, raffineria sciaguratamente costruita praticamente addosso alla città e da poco convertita a deposito. Il Terzo Ponte per ora è solo nella mente dei nostri amministratori; il secondo, quello autostradale, è molto più in là, dalla parte opposta della città. Il primo ponte di Po, quello in ferro davanti a te, non è più quello lugubre del finale de L’imbalsamatore ma fa da spalla al sole per questa sua uscita di scena in arancione. Oltre il ponte, dall’altra parte del fiume, ancora terra, a ricordarti la presenza di qualcosa d’altro rispetto alla tua quotidianità.
La primavera è il cielo nelle sue sfumature: azzurro, arancione, indaco, blu notte. La primavera sono le montagne azzurrognole che si stagliano all’orizzonte ricordandoti che anche la pianura, da qualche parte finisce. La primavera sono le tonalità di verde dei filari lungo il Po e la luce e la brezza che ne ravvivano le acque. La primavera è il rosso del cotto cremonese così vivo visto da qui. La primavera è Cremona che dopo il grigiore invernale riprende colore.

martedì 13 marzo 2012

Malagnino - Villette a schiera e cascine


Luglio 2011
 
Tra i comuni della provincia, Malagnino, a causa principalmente della vicinanza del capoluogo, è uno di quelli che ha maggiormente risentito dell’urbanizzazione degli ultimi decenni. Arrivo da Cremona percorrendo la Via Postumia: il fenomeno non si è ancora arrestato. Nuove villette a schiera sono state quasi ultimate, in continuità con le lottizzazioni precedenti. Lo sviluppo del paese è ordinato, non vi sono edifici particolarmente impattanti e nel corso degli anni si sono consolidati alcuni servizi di base che fanno si che Malagnino non sia un semplice dormitorio, anche se la stragrande maggioranza degli abitanti continua a gravitare sulla città di Cremona.
E’ metà mattina, ed è una giornata di sole. Eppure sento un vago senso di insoddisfazione. Cosa c’è che non va?
C’è che non trovo le strade contorte, le case diroccate, le santelle. Non trovo la storia. Il nucleo antico di Malagnino consiste in qualche sparuta cascina. Manca persino la chiesa, e questo, anche in un “laicaccio” come me, causa un inaspettato disorientamento. Provo allora nella frazione di San Giacomo Lovara.
Qui la chiesetta c’è, e ci sono un paio di cascine. Il resto sono villette, e una zona artigianale lungo la Via Giuseppina. Imbocco la provinciale verso l’altra frazione, San Michele, che mi si presenta sulla sinistra poco dopo la grossa bottiglia di acqua minerale Sant’Andrea, una presenza pubblicitaria che mi ha sempre colpito fin dall’infanzia, tanto che nella mia mente la Giuseppina era “la Strada della Bottiglia Gigante”.
Anche a San Michele le testimonianze del passato non sono molte; ricorderei giusto la chiesa parrocchiale. Per ritrovare la storia del territorio di Malagnino occorre inoltrarsi nel paesaggio agricolo e andare per cascine. Lo faccio con una collega che abita da queste parti, fatto che mi consente di intrufolarmi nelle aie e curiosare qua e là.
A Casalmalombra non troviamo nessuno ma riesco a dare un’occhiata da fuori alla chiesetta e alla casa padronale. A Sette Pozzi invece il padrone c’è, e ci mostra un’antica ghiacciaia in mattoni a pianta circolare di fianco al portico della sua abitazione. La corte adiacente è stata recentemente oggetto di un intervento di recupero; gli ultimi appartamenti devono ancora essere venduti, come dice il cartello di fianco al portone.
A Santa Lucia Lama fotografo il bell’affresco sopra il portale, mentre di Visnadello purtoppo non rimane molto. La Malongola colpisce per la forma inusuale della pianta, ma soprattutto per un particolare porticato con archi a sesto acuto. Poco distante si trova Villa Cavalcabò, con il bel giardino cinto da un muro in mattoni che fa da cornice al palazzo padronale; una presenza architettonica di pregio e ben conservata, anche se purtroppo la retrostante Ca’ de Marozzi è in condizioni ben peggiori.
Malagnino è un paese impeccabile; consuma suolo ma con garbo, e persino la discarica riesce ad essere una presenza quasi discreta. Ci si arriva da Ca’ de Marozzi, proseguendo fino al Cassinetto, una piccola corte ormai disabitata ed inglobata nell’area della discarica. Le tapparelle abbassate per sempre mettono una certa tristezza, così come i gabbiani che volteggiano intorno. Questi uccelli sono più malinconici di quelli che volteggiano sul mare d’inverno nel famoso pezzo di Enrico Ruggeri.
Dopo la visita alla discarica ho bisogno di qualcosa che mi riconcili con il territorio e che mi dia un’idea di natura. Ca’ de Alemanni, azienda biologica e fattoria didattica, può essere il luogo che fa al caso mio. Entro con l’intento di comprare qualche formaggio, poi rimango incantato dai bambini di una scolaresca che strillano guardando gli animali. Resto a guardarli per un po’, finché non raggiungo la giusta sintonia con l’ambiente. Poi riparto; i formaggi di Ca’ de Alemanni li vendono anche al negozio dove vado a fare la spesa di solito, e siccome devo stare in giro ancora un po’ e fa piuttosto caldo è meglio non acquistare adesso.
Dalla cascina Ronco Grasselli ero già passato un paio di anni fa, quando i lavori di ristrutturazione erano appena iniziati; vedo che siamo ormai in dirittura finale. L’intervento esternamente sembra stato realizzato con un certo gusto. Il giardino interno è un po’ pretenzioso, ma se non altro la corte interna non è stata smembrata in tante piccole proprietà ed ha mantenuto la funzione di luogo di socialità. Peccato però per i quattro ulivi agli angoli del giardino, decisamente poco padani, che oltretutto dal diametro del tronco non sembrano certo provenire da un vivaio; temo invece che siano stati espiantati da qualche uliveto pugliese.
Passo tra le interessanti cascine Vigolo e Vigoletto e arrivo alla cascina Cervellara, dove trovo i proprietari che mi fanno entrare e mi mostrano l’interno di quello che fu il set di diverse scene del film La febbre, l’omaggio che il regista Francesco d’Alatri ha fatto alla città di Cremona. Qui Fabio Volo trovava rifugio dopo aver mollato tutto. Mi raccontano qualche aneddoto delle riprese. Ci sono anche i cani, gli stessi del film.
Quello realizzato da Fabio Volo ne La febbre è qualcosa di simile a quello che sognano parecchie persone che conosco. Alcuni episodi di recupero abitativo di cascine storiche qui a Malagnino sono già stati effettuati, anche se in maniera differente rispetto a quello che vorrebbero loro. Gli interventi realizzati tendono ad inseguire la tipologia della villetta a schiera; credo sia quasi inevitabile. Il mondo contadino delle cascine cremonesi non esiste più, ma se non altro in questo modo si evita altro consumo di suolo. Ipotesi alternative di recupero, già realizzate da altre parti, sono orientate sulle funzioni sociali. Più difficile al momento il recupero da parte di gruppi di privati cittadini nell’ottica di un ritorno alla vita comunitaria ancora allo stato embrionale nella coscienza collettiva.
Malagnino è questo: ciò a cui tanti cremonesi ambiscono. La villetta a schiera con giardino e l’idea di vivere in campagna. La cascina ristrutturata nel nome di una vita più a contatto con la terra. E la città lì a portata di mano, col Torrazzo ben stagliato all’orizzonte, rassicurante.

mercoledì 29 febbraio 2012

Paravento


Il freddo siberiano delle scorse settimane ha fatto si che non ci muovessimo dalla nostra vallata. Perché è pur sempre una valle, dopotutto, con Alpi e Appennini intorno a fare da paravento naturale. Ed è per questo che anche queste polveri sottili non si muovono e ammorbano l’aria.
Nonostante il clima vogliamo bene a questa terra, che sembra defilata ma si trova proprio nel cuore della Val Padana; ed infatti abbiamo ricominciato a raccontarla dalle pagine di questo blog, e continueremo a farlo, anche grazie al progetto lavorativo che mi consente di girare tutta la provincia, recentemente risorto dalle proprie ceneri come l’araba fenice.
Per raccontare la città dove viviamo invece un post sarebbe riduttivo… contiamo di dedicarci presto all’ardua impresa, suddividendola in più puntate.
Aspettando che il vento primaverile ci spinga fuori dalla vallata…

domenica 19 febbraio 2012

Torricella del Pizzo - Sorprese tra l'afa e la nebbia


Gennaio 2012

In quei giorni avevamo girato la golena di Torricella del Pizzo in lungo e in largo, dalla Lanca di Gerole alla località Bosco Piazza. Aree un tempo occupate da boschi molto estesi (le cronache narrano che vi trovarono rifugio due briganti che imperversavano tra Motta Baluffi e Torricella nella prima metà dell’800) oggi ormai raggiunte dall’infinita distesa di monocoltura di mais; l’ultimo drastico taglio di piante pare sia stato effettuato nella zona umida chiamata Cutarda, in prossimità della Lanca di Gerole, poco prima che fosse istituita la riserva naturale.
Anche quell’afoso giorno d’estate, giunti al centro di Torricella, seguimmo le indicazioni Fiume Po, inoltrandoci sempre più nella golena. Quando la strada sterrata e polverosa si fece troppo sconnessa parcheggiammo in prossimità dell’unico albero della zona, pregando senza troppe speranze che l’anoressica ombra della mattinata inoltrata graziasse un poco Naomi, la mia indimenticata Opel Corsa Swing No Logo.
Proseguimmo a piedi; ben presto dovetti separarmi dalla mia collega, continuando da solo la camminata fino a raggiungere un’immensa distesa sabbiosa. Tra lo spiaggione facevano capolino qua e là arbusti riarsi. Un centinaio di metri alla mia sinistra, prima del saliceto, tronchi morti di alberi trasportati fin qui dall’ultima piena fluviale. Altri alberi, apparentemente morti anch’essi, stavano ritti in piedi; probabilmente l’abbassamento della falda aveva sottratto l’acqua alle loro radici. La sabbia era solcata da impronte di volatili e da tracce del passaggio di un quad. Altri segni di gomme, queste più grosse (probabilmente un trattore) scomparivano nella lanca nel punto dove questa si faceva più stretta per poi riemergere al di là dello specchio d’acqua. Tutta quella sabbia fine rifletteva il calore asfissiante e sembrava si appiccicasse alla pelle, anche se non c’era un filo di vento.
Dire che quello è un posto dimenticato da Dio e dagli uomini non sarebbe però corretto. La tesi del passaggio del padreterno potrebbe essere suffragata dalla singolare toponomastica di questi luoghi, che non si accontenta dei popolari santi contadini annoverando addirittura la presenza della Isola Jesus. La presenza umana invece l’ho constatata io stesso. Un anziano signore, che si materializzò dal nulla ad una cinquantina di metri da me. Un camminatore, un pescatore, forse il pazzo del paese. Sotto il sole dell’una del pomeriggio di una giornata di luglio. D’altra parte chissà cos’avrà pensato lui a vedermi girare con quella strana strumentazione a quell’orario improponibile. Magari che ero un pazzo forestiero.
Continuai a camminare fino a raggiungere il corso vivo del fiume Po, che mi svelò la sponda parmigiana; al di là dei salici stava l’altra Torricella, frazione di Sissa, quella che un’improbabile teoria vuole fosse un’unica entità con la Torricella cremonese, separata poi dal mutato corso del Grande Fiume.
Ritornammo al paese stremati. Cercammo vanamente una panchina e una fontanella all’ombra per mangiare i nostri panini in pace e ricaricare le borracce con acqua fresca. La cura nella progettazione delle aree verdi pubbliche lascia sempre più a desiderare, forse perché le panchine sono viste come roba da extra-comunitari, forse perché non bisogna bere alle fontanelle ma acquistare l’acqua Vera o San Benedetto al bar. La cosa mi indispose parecchio, ma nei cinque minuti successivi ebbi tre visioni che mi riconciliarono con la vita. Un cartello stradale bianco cerchiato di rosso col triangolo rovesciato, anch’esso rosso, che racchiudeva la scritta stop; non ne vedevo da tantissimo tempo dalle mie parti. Un vecchio edificio abbandonato con uno stretto spigolo alla confluenza tra due vie; sopra la porta la vecchia insegna di una macelleria. Una cinquecento bianca sull’argine maestro, con a bordo due vecchietti sulla settantina, uno con fini baffetti e maglia a righe orizzontali, l’altro con occhiali da sole e camicia bianca sbottonata sul petto. Fui subito proiettato in qualche posto fuori dal tempo.
Torricella del Pizzo mi fa quest’effetto, tende a mettermi in un cattivo stato d’animo per poi sorprendermi con qualche chicca. Come stasera, dopo aver guidato per mezz’ora in mezzo ad un muro di nebbia che mi isolava dal paesaggio circostante per venire alla celebre Festa dal Pipen (il piedino di maiale lessato), nello scoprire che il menù della serata non prevede… il pipen! Facciamo due passi per il paese, con l’umidità che ci entra nelle ossa, nell’attesa che arrivi l’ora di cena, quand’ecco che nella nebbia si materializza una combriccola di amici; è Villa Arzilla al gran completo! Ci aggreghiamo a loro per una visita guidata ai due musei di Torricella. Si, perché scopro che qui ci sono ben due musei “totalmente realizzati e gestiti da privati appassionati”, come mi spiega Ettore, che abita nel vicino paese di Motta. Il primo è un interessante museo di storia naturale, con una suggestiva collezione di fossili. Il secondo è un museo di strumenti musicali meccanici. Vado matto per organetti a manovella e marchingegni simili, ma purtroppo si è fatto troppo tardi ed il gestore ha appena chiuso. Vorrà dire che adesso avrò una ragione per tornare a Torricella. In ogni caso ci aspetta la ricompensa; una cena che si rivela ottima e la comparsa inaspettata di un vassoio di pipen, procurato sottobanco grazie alla strenua opera di convincimento operata dagli amici di Villa Arzilla!

giovedì 2 febbraio 2012

Stessi borghi, stessi colli - 4. Ultimo passaggio a Roccastrada

Torniella, 1/1/2012

Lasciamo Torniella a mattinata inoltrata, mentre il borgo si ripopola di voci e presenze. Abbiamo ancora il tempo di fare un salto all’abbazia di San Galgano; tranne noi due, che nel 2008 abbiamo accompagnato Fausto nella prima trasferta maremmana di San Silvestro, gli altri amici non ci sono mai stati e rimangono colpiti dall’imponente struttura muraria e dal suo tetto e le sue finestre di cielo. Un gatto entra nell’abbazia e si struscia contro le statue del presepe, poi irriverente segna il territorio sul muschio e se ne va. Lo seguiamo verso il vicino eremo, in cima alla collina; qui, tra le mura che delimitano la pianta circolare, si trova la spada che San Galgano piantò simbolicamente nella roccia nel momento in cui decise di dedicarsi alla vita spirituale. In una saletta laterale invece sono custoditi gli avambracci che secondo la leggenda i lupi avrebbero sbranato ad uno sprovveduto che tentò di incendiare la capanna dove San Galgano si era ritirato a trascorrere la sua nuova vita da eremita.
Consegniamo le chiavi di casa alla zia di Fausto, una signora cordiale che ha ormai perso l’accento cremonese (ha trascorso l’infanzia ad Annicco e ce ne parla con piacere) ma non ha acquisito quello toscano; la sua parlata risente invece della sua lunga permanenza a Milano. Il marito è un toscano tutto d’un pezzo, più silenzioso della consorte e dallo sguardo bonario nonostante la tenuta da cacciatore con tanto di berretto che si ostina a tenere anche in casa.
Due passi per il bel centro di Roccastrada si fanno sempre volentieri: saliamo la ripida via che dalla casa della zia di Fausto porta verso il cuore del borgo, incrociando una signora sugli ottant’anni che intrepida affronta la proibitiva pendenza con passo cauto ma regolare. “Con calma, ma ce la fo’”, ci dice sorridendo. In Largo Garibaldi faccio da sponda ad un ragazzino per una triangolazione che si conclude col suo tiro di collo interno destro che va ad insaccarsi nella porta di un’agenzia immobiliare. Saliamo a goderci il panorama e a fare le ultime foto, tra le case in pietra del vecchio borgo e le colline maremmane. Mentre scendiamo per la ripida Via del Poggio un ragazzino in bicicletta ci schiva ed è quasi costretto a fermarsi, ma poi riesce a riprendere senza mettere il piede a terra.
Da queste parti si deve vivere bene, o quanto meno ci si tiene in forma. L’augurio che posso fare a questi ragazzini e che, se anche non vestiranno la maglia della Nazionale o non vinceranno una tappa al Giro d’Italia, arrivino a ottant’anni in grado di affrontare la discesa che porta a casa della zia di Fausto con lo stesso sguardo sereno della signora incontrata poco fa.
Sarà così, su questo non ho dubbi.

mercoledì 1 febbraio 2012

Stessi borghi, stessi colli - 3. Appunti di paesologia

Torniella, 31/12/2011
Il paese è la dimensione ideale per un bambino.Sono cresciuto anch’io in un villaggio della campagna cremonese, un natio borgoselvaggio che pure mi ha procurato una forte dose di disagio ed insofferenza adolescenziale. Insomma, ho vissuto (e credo che continuerò a farlo) diviso tra campagna e città.
Ad ogni modo l’atmosfera del paese mi ha sempre affascinato, e sarà per i tanti villaggi che ho girato per lavoro oltre che pe r diletto, ma ormai mi considero anch’io un paesologo, proprio come lo scrittore Franco Arminio, di cui mi hanno appena regalato l’ultimo lavoro Terracarne.
I minimarket InCoop, i cacciatori seduti davanti ai bar per il caffè do po pranzo, le negozianti chiacchierone, gli uomini che si salutano chiassosamente per la strada, i circoli Arci sono elementi che non mancano mai nei paesi che attraversiamo in questi giorni e che incontriamo, anche se in veste meno rustica rispetto ai borghi visitati in precedenza, pure a Montalcino. D’altra parte si tratta di una cittadina, e pure piuttosto rinomata; non solo per il vino ma anche per i valori storico-monumentali. Camminiamo nella rocca della più occidentale tra le città storicamente controllate dai senesi, poi passeggiamo tra vicoli, case e chiese, fino a raggiungere Piazza del Popolo. Qui la catasta di legna pronta per il falò di San Silvestro ci ricorda che oggi è l’Ultimo dell’Anno, ed è ora di rientrare a Torniella.







Ci fermiamo a Paganico, dove ci fermiamo a giocare con un mini-pallone insieme ad un locale nel parcheggio dell’InCoop mentre aspettiamo Barbara che è entrata a fare spesa. Non vediamo granché del paese; per le vie del centro un black-out parziale ha oscurato diversi lampioni.

Rispetto all’anno scorso gli italiani spenderanno il 12% in meno per il cenone di San Silvestro, dice la radio, rinunciando soprattutto ai cibi esotici. Non tutto il male vien per nuocere. Anche il nostro menù è a km 0 o quasi, a partire dai ravioli maremmani della zia di Fausto, passando per il cibo che ci siamo portati da Cremona, per arrivare al vino toscano portato da Leonardo.
La serata procede; tempestiamo Leonardo di domande sul suo portale Indie Up, mentre Laura ed Emilio come di consueto organizzano i giochi. La mezzanotte ci coglie di sorpresa. E’ già tempo degli auguri. L’ultimo lo faccio a Sara prima di andare a dormire; per la nostra vita futura, che abbiamo scelto di vivere in un paese. Perché come diceva Cesare Pavese, un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. E per tornare, alle volte, come il protagonista del suo capolavoro La luna e i falò.

mercoledì 11 gennaio 2012

Stessi borghi, stessi colli - 2. Pane e companatico

Torniella, 30/12/2011

Quando usciamo di casa la vita per le strade di Torniella è quella di tutti i giorni: l’altoparlante del circolo Arci diffonde la musica per la piazza del paese e la forneria poco distante è aperta – ma la luce a dire il vero è accesa ad ogni ora del giorno e della notte – e la signora che vende il pane e i cavallucci mi riporta alla mente i racconti di mio zio Mariano quando parla della panetteria di famiglia, racconti che ha raccolto in un libro che leggevo poco fa sul divano-letto.

Arrivati a Monterotondo Marittimo parcheggiamo nei pressi della torre di raffreddamento della centrale geotermica e facciamo una passeggiata tra lagoni e fumarole. Le pietraie bianche e le rocce nere sembrano cumuli di cenere che si ergono in mezzo alla terra rossa. Intorno il verde della vegetazione maremmana, che anche d’inverno non perde del tutto il suo colore: querce da sughero, lecci, castagni. Le colonne di fumo a tratti nascondono e a tratti svelano il profilo dei colli che si perdono all’orizzonte, mentre il sole che va e viene gioca a creare riflessi sul Tirreno in lontananza, specchio di luce da cui emergono le isole di Montecristo e d’Elba.
Pranziamo con torte salate preparate da noi, cinghiale sott’olio della zia di Fausto e cantucci della zia di Leonardo, pure lei fornaia; un esempio di riconversione dell’artigianato pratese a seguito della crisi del settore tessile, fagocitato dai cinesi. Ce ne andiamo solo quando l’odore sulfureo delle fumarole comincia a venirci a noia.
Al rientro rimaniamo rapiti da Rocca Tederighi, che ci attende appollaiata su uno sperone roccioso. Entriamo nella bottega di ceramiche della signora Anna, tedesca trapiantata in Toscana. La osserviamo incantati mentre lavora al tornio dopo aver manipolato l’argilla. I suoi movimenti mi ricordano quelli del fornaio che impasta il pane, mani da artigiano che agiscono con sapienza tenendo viva una tradizione antica e, con essa, il borgo e la comunità che vi gravita intorno. Un borgo caratteristico che non manchiamo di visitare, salendo fino alla roccia che domina il paese.

Ci rendiamo conto che i quattro giorni che abbiamo a disposizione non basteranno per consumare la spropositata quantità di cibo che abbiamo in dispensa. La zia di Fausto oltre ad ospitarci ci ha preparato molte cose buone, tra cui il ragù di cinghiale con cui condiamo le penne. Prepariamo poi una zuppa di cavolo nero e del crostino toscano. Mi siedo per la cena non sapendo quando riuscirò ad alzarmi, scherzando e discutendo coi compagni di tavolata. Compagni; dal latino cum panis, coloro con cui si condivide il pane. E va bene pure se è sciapo, cioè non salato, come si usa in Toscana, perché il companatico è saporito; in questi giorni infatti non ci stiamo facendo mancare nulla.