venerdì 3 gennaio 2014

Amici vicini e lontani - 6. Case



L’Aquila, 6/8/2013

L’Aquila stamattina è piuttosto trafficata, complici anche le recenti modifiche alla viabilità. La vita quotidiana si è spostata al di fuori del centro storico, nei quartieri periferici, nei centri commerciali e nelle abitazioni del progetto C.A.S.E., realizzate, secondo quanto denunciato dal collettivo 3:32 (l’ora del sisma che ha scosso la città il 6 Aprile 2009), senza preventivamente adottare un criterio preciso per stabilirne la localizzazione. Alcuni urbanisti hanno anche fatto notare che sono stati creati dei “vuoti” tra il tessuto urbano esistente e le nuove abitazioni, possibile presupposto per ulteriori future urbanizzazioni. Si ha l’impressione che si sia approfittato del terremoto per spingere L’Aquila in una condizione estrema, verso la quale però si stanno orientando, più lentamente, tutte le nostre città: lo svuotamento dei centri storici a favore di periferie spersonalizzanti ed imperniate sul consumismo. Impressione in parte confermata dalle intercettazioni dei loschi personaggi che se la ridevano alle spalle dei terremotati, pensando agli affari derivanti dalla ricostruzione. A tutto ciò si è aggiunto, nel periodo della tendopoli, un esagerato controllo da parte delle autorità, ben raccontato in documentari come Comando e controllo.

Dall’Aquila raggiungiamo il lago di Campotosto, attraversando paesaggi sempre più aspri e selvaggi nei quali greggi di ovini e mandrie bovine pascolano tranquillamente. La vegetazione torna più rigogliosa lungo le sponde del lago, che percorriamo quasi per intero, tra spiazzi erbosi pieni di tende, caravan e camper ed il suono di un organetto che improvviso interrompe il silenzio. Ci fermiamo a Campotosto, in una gradevole commistione tra turisti ed abitanti. Partiamo per un trekking ma dopo mezzoretta di cammino sbagliamo strada. Ci fermiamo a riposare nei pressi di una cascatella e riprendiamo il cammino, ricongiungendoci con il sentiero segnalato. Ma non è una giornata fortunata, almeno dal punto di vista climatico: la luminosa vista sul Gran Sasso dura poco, poi la pioggia improvvisa ci induce al rientro.

Stasera ci sono ospiti a cena: una coppia di amici napoletani trapiantati all’Aquila e Sergio, che come noi ha approfittato di qualche giorno di vacanza per venire a trovare Mario ed Elena. Vive a Pisa ed ha conosciuto gli altri amici nei mesi successivi al terremoto, quando è venuto qui come volontario. L’atmosfera è davvero gradevole, ma di tanto in tanto riemergono i ricordi di quell’evento che, nella vita della città, ha segnato un “prima” e un “dopo”. Per qualche istante si gela il sangue, poi si fa spazio la rabbia, nel sentire del trattamento che troppo spesso è stato riservato ai terremotati nelle tendopoli. Ma è l’ironia a salvare gli aquilani, almeno quelli che siedono alla nostra tavolata, e alla fine ci scappa sempre una risata. E’ strano, penso, come la tragedia abbia creato una concatenazione di eventi che ci ha portato tutti qui, seduti su questa terrazza. Respiro i legami che si sono creati – o rafforzati – alla faccia del terremoto. E’ il calore di serate come queste a fare di un edificio una casa.

giovedì 2 gennaio 2014

Amici vicini e lontani - 5. Old town / New town



L’Aquila, 5/8/2013

Il nucleo storico dell’Aquila ci appare come una selva di gru in fondo alla strada che attraversa il quartiere dove ci troviamo, una zona semiperiferica “che però è diventata centro”, come ci racconta Elena. “Il centro, quello vero, è un posto dove nessuno torna più volentieri”. Lei L’Aquila se la ricorda, ci era stata nell’estate del 2007, due anni prima del sisma e quattro anni prima di trasferirsi qui.
Il nostro itinerario parte dalla fontana delle 99 cannelle, uno dei simboli della città, ristrutturata grazie al lavoro del FAI, mirabile come sempre. Saliamo da qui attraverso il pittoresco Borgo Rivera, e già le ferite del terremoto appaiono in tutta la loro crudezza. Attraversiamo via XX Settembre e ci troviamo nel centro della città fantasma. Su questa strada si affaccia la Casa dello Studente, parzialmente crollata in occasione del sisma, simbolo di una città universitaria messa in ginocchio. La sensazione più immediata mi riporta indietro nel tempo: ho provato qualcosa di simile solamente dieci anni fa, nella Sarajevo post-bellica. Ma se ai tempi la capitale bosniaca stava riprendendo a vivere, nel capoluogo abruzzese tutto sembra fermo… o quasi. “La maggior parte dei cantieri sono stati aperti da poche settimane”, ci dicono quando facciamo notare che gli operai, oltre a qualche turista, sono le uniche presenze del centro storico.
Non è un caso che Antonella Tarpino dedichi ampio spazio all’Aquila nel libro Spaesati, inserendola nel suo tour dei luoghi abbandonati d’Italia (al pari, tra l’altro, delle cascine cremonesi). Dopo quattro anni in giro si trovano ancora cumuli di macerie ed ampie porzioni del centro storico sono rimaste “zona rossa”, con tanto di posti di blocco dei militari. Un contrasto paradossale con le “new town” attraversate ieri, prive di centri di aggregazione, nelle quali gli abitanti si aggiravano come smarriti.
Tutto nel centro dell’Aquila ci appare surreale. I due operai Enel al lavoro vicino alla chiesa di Santa Maria Paganica con Fischia il vento come sottofondo. Le pareti piastrellate di quelli che furono bagni e cucine, che mostrano sfacciatamente l’intimità domestica di un tempo attraverso i muri crollati. La musica a tutto volume dei pochi locali che hanno riaperto, a cercare di soffocare il rumore dei martelli pneumatici. Le vetrine dei tanti esercizi commerciali, chiuse forse per sempre. La scritta del calendario nella bacheca della chiesa di fronte al teatro San Filippo, fermo alla data del 6 Aprile 2009: “Non abbattetevi, l’Eterno è con voi”. Lo scroscio della fontanella di Porta Bazzano, unico rumore paradossalmente quasi allegro, in mezzo all’abbandono totale: da qui alla scalinata della basilica di San Bernardino non incontriamo anima viva.
Tra i vicoli deserti si intuisce l’antica ricchezza artistica della città, ma le chiese principali, a partire dal Duomo, non sono visitabili. Riusciamo invece ad entrare nella Basilica di Collemaggio. L’abside è parzialmente crollato, ma guardando la singolare facciata dal prato antistante si direbbe che non sia successo niente. Nel parco di fianco alla basilica c’è pieno di ragazzini: allo stesso modo, intorno al Forte Spagnolo abbiamo incontrato numerose mamme con bambini ed anziani a passeggio. Si legge in queste nuove abitudini degli aquilani quella voglia di riappropriarsi della propria città, del suo cuore pulsante che è stato loro precluso.

lunedì 26 agosto 2013

Amici vicini e lontani - 4. I saliscendi dei miei pensieri



L’Aquila, 4/8/2013

Ci spiace dover lasciare Ameglia, ma al tempo stesso abbiamo voglia di visitare l’Abruzzo, che del nostro viaggio rappresenta la novità principale, se si esclude la tappa nei dintorni di Vasto di tre anni fa. Della Liguria ci porteremo dietro, oltre a tanti ottimi ricordi, anche del pesto e della focaccia, che offriremo stasera ad Elena e Mario. Salutiamo Fausto e Barbara (partiranno anche loro tra poche ore alla volta di Cremona) e ci rimettiamo in cammino.
Tra Lazio ed Umbria si aprono paesaggi per noi in larga parte inesplorati, nei quali fanno la loro comparsa centri arroccati su speroni rocciosi come Narni e città di tradizione industriale come Terni. Tutto intorno verdi boschi e, più su, montagne selvagge. Ci fermiamo alla cascata delle Marmore, che visitai in occasione di una gita scolastica, molti anni fa. Quel che non ricordavo è che per accedere ai punti panoramici migliori è necessario pagare un biglietto d’ingresso: in particolare l’accesso al belvedere superiore, che tentiamo di aggiungere, richiede il pagamento della cifra tutt’altro che modica di 9€. Non c’è il tempo per tentare di raggiungere altri punti panoramici attraverso il bosco, così ci accontentiamo di guardare dall’alto il salto di 165 metri.
Risaliamo in auto un po’ scornati, ma ci rifacciamo subito grazie al paesaggio dolcissimo che si gode tra il lago di Pediluco e Rieti. Qui la strada è un po’ meno scorrevole ma poco trafficata, ed è un vero piacere guidare per le colline tra boschi e campi coltivati.
Lungo la Salaria, poco dopo Rieti, una gigantesca scritta Dvx, composta attraverso il rimboschimento di una porzione della sommità del Monte Giano, ci accompagna per svariati chilometri. Risale ai tempi di Mussolini, ma l’ha fatta ripristinare Francesco Storace all’epoca in cui era presidente della Regione Lazio. Il pretesto è la sua valenza storica: operazione molto discutibile, trattandosi di terreno demaniale.
Ci troviamo dalle parti di Antrodoco. L’inquietudine si impossessa di me. I saliscendi dei miei pensieri assomigliano a quelli delle strade che percorriamo, pur non rispettandone fedelmente l’andamento. Si avvicina la parte emotivamente più pesante del viaggio. Tutti noi abbiamo ancora negli occhi le immagini dell’Aquila devastata dal sisma di quattro anni fa: la nostra visita alla città non potrà prescindere da quell’evento.
I dubbi si insinuano dentro di me: che ci stiamo venendo a fare da queste parti? A salutare degli amici, e poi? Cosa stiamo cercando? Avremo fatto bene a venire? Provo a non pensarci, guardando fuori i boschi dell’Appennino abruzzese, finché non giungiamo a destinazione. L’accoglienza di Elena e Mario mi aiuta a dissipare i pensieri oscuri. La mortadella di Campotosto, il pecorino ed il Montepulciano d’Abruzzo provvedono al resto.

domenica 25 agosto 2013

Amici vicini e lontani - 3. I 400(?) gradini



Ameglia (SP), 3/8/2013

E’ dal nostro arrivo ad Ameglia che sentiamo parlare dei 400 gradini che separano la frazione di Montemarcello, piccolo borgo a breve distanza da Tellaro, dagli spiaggioni di Punta Corvo, tra i più rinomati della zona. Incontriamo due signori di Firenze che hanno casa da queste parti e ci garantiscono che vale la pena scendere al mare tramite il sentiero a scalini che copre i circa 260 metri di dislivello. Prendiamo dunque l’auto e percorriamo la strada panoramica che passa per Bocca di Magra. Salendo risulta ancora più evidente lo stacco tra i due paesaggi, quello ligure e quello toscano che inizia una manciata di chilometri più a sud. Superiamo le indicazioni per Punta Bianca, altra celebre spiaggia dei dintorni, e raggiungiamo Montemarcello. Qui scopriamo di avere capito male: i gradini non sono 400, ma 650. La sorpresa crea un certo impatto psicologico e per di più rovina in parte la citazione di Truffaut che mi era venuta in mente per intitolare questo post. Pazienza, il percorso è completamente ombreggiato ed una volta giunti alla meta veniamo ripagati: troviamo infatti ad aspettarci una spiaggia con una sorprendente sabbia scura, incastonata tra le pareti rocciose ed il bosco retrostante, che passa dai pini d’Aleppo alla macchia mediterranea. In ogni caso, per chi non volesse condividere con noi quest’esperienza, in primavera ed estate esiste anche un servizio via mare, con imbarcazioni in partenza da Bocca di Magra e Fiumaretta.
I 650 gradini chiaramente vanno ripercorsi in senso inverso per ritornare al paese… e si sentono ancora di più. Riprendiamo fiato una volta terminata la salita, di fronte ad un bar che reclamizza le sue “focacce no global” (slogan accattivante, ma al di là della trovata pubblicitaria sono davvero particolari). Mi riconcilio con la vita nel vedere una zia che ferma la macchina in mezzo alla strada per salutare i nipoti, imitata dal cane seduto al suo fianco sul sedile del passeggero. E’ la prima di alcune istantanee di autenticità che caratterizzeranno la nostra visita a Montemarcello. Entriamo all’inaugurazione di una mostra di acquerelli, con salviettoni ed ombrellone in mano in mezzo alla gente vestita elegante. Per pudore evitiamo di approvvigionarci al tavolo dell’aperitivo, preferendo una passeggiata per i deliziosi vicoli del centro storico. Di tanto in tanto dalle finestre aperte sulla sera che sta per arrivare ci arriva il suono delle televisioni: è l’ora del telegiornale. Davanti ai bar si parla di politica, o forse sarebbe più corretto dire di giustizia. Una sentenza importante è stata emessa a carico di un notissimo personaggio politico… Basta così. Non so, e non voglio sapere. Come sempre, quando sono in vacanza cerco di evitare giornali e telegiornali. Un po’ di tregua dalle brutture del nostro tempo. Mi tengo stretta questa bellezza. Non voglio sciuparne nemmeno un po’.